… Quando telefonai ad Ardito Desio, a Milano dove abitava in quel momento: “Mi ci ha preso per un pelo – mi rispose – sto partendo per l’Himalaya”. Aveva 93 anni. Dopo che gli ebbi spiegato il motivo della mia chiamata. “Può trovare tutto il racconto nel mio libro “Sulla via della sete, dei ghiacci e dell’oro – aggiunse – se vuole ci risentiamo al mio ritorno”. Così feci. Il grande Desio sarebbe rimasto alcuni mesi in quella piramide di vetro a 6000 metri. Al ritorno ci risentimmo per una ulteriore lunga chiacchierata. Stralciamo, dal suo dettagliato racconto, il momento in cui, durante la ritirata di Caporetto, viene catturato (da”Ultime Voci dalla Grande Guerra”)

“L’indomani il colonnello Alinei, comandante del nostro raggruppamento alpino, ci riunì per parlare ai reparti dall’alto di un pendio montuoso. “Siamo circondati” disse. “Abbiamo coperto la ritirata delle divisioni che occupavano Passo Fella e ora siamo tagliati fuori dal resto dell’esercito. Dobbiamo aprirci la strada verso il Piave con le baionette. Il nemico non è ancora in grandi forze. Una parte di noi forse rimarrà sul terreno, ma sarà quella che aprirà la via ai compagni verso le nuove linee. Coraggio, miei Alpini. Evviva l’Italia!». «La perorazione del colonello Alinei ci eccitò: ci sentimmo pronti a qualsiasi prova. Ci disponemmo in ordine di avanzata, risalendo il fianco del Monte Forchia. Il nemico non si faceva vivo. Poi ad un tratto giunse la voce che l’azione di forza era sospesa. Che cosa era successo? La nostra colonna scese dapprima a valle, verso Pielungo, poi attraversò il paese e risalendo un ripido pendio s’inoltrò m un’area boscosa. Io ero disorientato, non riuscivo più a capire da che parte stesse il nemico. Ogni tanto venivamo investiti alle spalle da raffiche di mitragliatrici, altre volte di fianco. Poco sotto al sommo di un dosso, ci accorgemmo che il nemico era sul versante opposto. Uno dei nostri urlò “Savoia!”: ci alzammo tutti di scatto e dal sommo vedemmo un gruppetto di uomini che scappavano. I primi dei nostri li raggiunsero saltandogli addosso. Quegli alzarono le braccia, abbandonando le armi. Portavano in testa l’elmetto col chiodo coperto da un fodera di tela grigia ed erano meravigliosamente equipaggiati per la guerriglia. Qualcuno li interrogò: non erano austriaci, ma tedeschi. Sarà un bel pasticcio — pensavo — a portarceli dietro in mezzo alle difficoltà in cui ci stiamo dibattendo da tanti giorni. Intorno a me i soldati erano spossati e ad ogni sosta cadevano a terra fulminati dal sonno. La colonna allora si spezzava e un troncone perdeva il collegamento col resto. A un certo momento fummo costretti ad attraversare il ponte di Pradis sul quale una pattuglia nemica continuava a scaricare raffiche di mitra. I soldati davanti a me si arrestarono indecisi; poi quelli di testa incalzati da quelli che li seguivano ignari del pericolo, tentarono il passaggio di corsa. Due riuscirono, uno cadde. L’ansia ci prese. Venne il mio turno: mi lanciai correndo alla cieca e arrivai senza fiato di là dal ponte, in salvo. Mi volsi indietro: due di quelli che mi avevano seguito erano caduti. Dopo pochi passi m’imbattei nel colonnello Alinei. Ero rimasto con pochi dei miei uomini, mentre altri che avevano perduto il loro reparto si erano uniti a me. Era il 5 novembre. Salimmo sul Monte Forchia e misi in linea i miei uomini dietro un muro a secco. Ad un tratto venimmo presi di fronte e d’infilata dalle mitragliatrici nemiche che si dimostravano mobilissime. La nostra posizione era insostenibile. Fummo costretti a ritirarci, lasciando sul terreno morti e feriti che non eravamo più in grado di portare con noi. Ridiscendemmo a San Francesco e attraversammo Pielungo avvicinandoci poi per la mulattiera che porta a Tramonti. Raggiungemmo per via i resti della 36a Divisione con il generale. Venimmo avvertiti di prepararci per un ultimo tentativo di sfondare le linee nemiche alle prime luci dell’alba. Da tre giorni vivevamo di castagne e di mele, racimolate nei campi e nei boschi: non eravamo più in forze, ma l’idea di poterci aprire la via verso il grosso dell’Esercito ci restituì il necessario vigore. La mattina del 7 novembre riprendemmo la marcia. A un certo punto, sopra Canapone, mentre stavamo per attraversare una valletta, fummo improvvisamente investiti dal fuoco delle mitragliatrici che erano appostate in gran numero sul pendio opposto. Dopo un istante il fuoco cessò. La colonna intanto s’era arrestata. Mi sembrò di vedere in lontananza dei fazzoletti bianchi. Si arrendono? Mi chiesi. Ma che sta succedendo? Poi venimmo a sapere che la testa dell’avanguardia si era arresa al Comando della Divisione. Un senso di smarrimento mi prese. E mai possibile, mi dicevo, che tutto debba finire così? Mentre una parte della colonna si avviava verso Campone io con pochi altri ripresi la via per la quale eravamo venuti. Dove andassimo, non lo sapevamo neppure noi. Non volevamo lasciarci prendere. Ma dopo un’ora incappammo in un grosso pattuglione nemico che ci sparò a bruciapelo. Ci gettammo a terra per ripararci dalle fucilate. Ma quelli si buttarono di corsa, a testa bassa, verso di noi. Erano in molti: non c’era più nulla da fare. Mi prese lo sconforto, un nodo mi salì in gola. E finita, pensai. Non avevo più la forza di reagire: feci solo m tempo a togliere l’otturatore dalla pistola e gettarlo via. Poi venni preso anch’io e disarmato».

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