LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO: MERITO DEL PIAVE, O DEL VALORE DEI NOSTRI SOLDATI?

 Il Piave, il fiume sacro alla Patria, purtroppo profanato da prelievi sconsiderati che lo hanno ridotto a rango di ruscello, viene da più parti considerato come il vero artefice della vittoria italiana nella Battaglia del Solstizio, quando le sue acque si gonfiarono e impedirono agli Austriaci di attraversarlo. Celebrato da libri e inni, quasi tutti dicono che senza di lui l’Italia avrebbe perso la guerra.
Giovanni Balacco, contadino marchigiano, non la pensava così: il valore dei soldati italiani sarebbe stato ugualmente sufficiente.
Ogni volta che passo per San Marco alle Paludi, vicino Fermo, il mio ricordo va, puntuale, a quel giorno di primavera del 1990 quando mi recai a incontrarlo. Percorrendo gli ultimi metri di salita di quella stradina di campagna, asfaltata, che portava alla sua abitazione, vidi da dietro una figurina esile che, a passo spedito, la stava risalendo. Pensando fosse un ragazzo di una quindicina di anni, mi fermai per chiedergli se il nonno fosse in casa. Sorpresa! Il “nonno” era lui! 92 anni!
Leggiamo alcuni passi della sua testimonianza (stralcio da “Ultime Voci dalla Grande Guerra”).


“Non era ampio il Piave, in quel punto. Potevamo vedere il nemico in volto, quasi guardarlo negli occhi. Spesso ci si parlava addirittura, da una sponda all’altra; li sentivamo apostrofarci, con quelle loro voci gutturali.
C’era un tacito accordo, tra noi e loro, nelle prime fasi della guerra: quando da una parte o dall’altra si alzava una bandiera bianca, il combattimento veniva sospeso, per consentire la raccolta dei morti, il soccorso dei feriti. Un giorno però qualcuno, tra gli Italiani, infranse il patto, sparando su quelli che, di là dal fiume, stavano assolvendo al loro pietoso compito. Da quel giorno più nessuno lo rispettò, e si continuò a sparare, senza alcun riguardo per bandiere bianche o per croci rosse.
Quando il nostro reggimento venne ricostituito nel suo organico, io tomai a fare l’artigliere, e venni mandato sul Monte Grappa. Qui venne ferito il mio amico Righetto Brasili, di Monteleone di Fermo, uno dei compagni più cari, che aveva diviso con me tutto il calvario della vita militare, dalle prime fasi di Ancona fino al Piave. Lo vidi, a pochi passi da me, ferito ad un braccio e una gamba. Mi precipitai su di lui, lo sollevai, e lo portai fino al posto di medicazione.
I nostri pezzi, trainati da cavalli, venivano spostati in continuazione, a seconda dei reparti da appoggiare o dei punti da difendere. Io ero addetto al carro che trasportava il materiale del Comando del reggimento: carte, registri, casse, ecc.
Gli spostamenti si fecero ancor più frequenti, anche tre o quattro nello stesso giorno, allorché cominciò la fase di avanzata.
Gli Austriaci tentarono l’ultimo sforzo, quello della disperazione, in quel 15 giugno del 1918, ma erano ormai ridotti alla fame. Erano in guerra da sette anni, e il loro governo li aveva abbandonati a se stessi.
Ci fu, proprio in quei giorni, una grande piena del Piave. La corrente, gonfia e limacciosa, aveva raccolto i cadaveri disseminati lungo le sponde, ed ora li vedevamo passare, galleggianti sull’acqua, in una sequenza infinita. Sugli alberi lungo la riva si agitavano, impigliate e penzolanti, le giacche delle divise. Cadaveri e giacche nostre, ma ancor più loro.
E vero che questa piena ci offrì un notevole aiuto, in quanto impedì all’esercito austriaco di varcare il fiume, ma è probabile che, anche senza di essa, il nemico non sarebbe mai riuscito a sfondare; le nostre artiglierie stavano andando a pieno regime, scagliando contro il nemico una mole di fuoco mai vista. Per due giorni e due notti i cannoni tuonarono, senza un attimo di tregua.
Quanti morti, in quei giorni! A Servigliano c’era un viale di catalpe, detto Viale della Rimembranza. Ogni pianta recava il nome di un figlio del villaggio caduto per la patria in questa guerra. Erano una cinquantina, e Servigliano conta poco più di duemila abitanti!”

 

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