LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO NEI RICORDI DI UN DICIOTTENNE

Veramente toccante, il racconto della Battaglia del Solstizio dalla voce del Presidente dei “Ragazzi del 99”, il Cav. Arturo Radici Valenti. Occorre considerare che, se a raccontare è un vecchio di 90 anni, a viverla è un ragazzo di 18 anni, tanti ne aveva il protagonista in quel giugno del ’18. (Stralcio da “Ultime voci dalla Grande Guerra”)

“Il 15 giugno del 1918 il nemico tentò il suo supremo sforzo, nel tentativo di sfondare. Un intensissimo fuoco di artiglieria cominciò a piovere sui nostri reparti. Uno spettacolo tremendo! In quel momento si decidevano le sorti della guerra. Se il nemico fosse passato, sarebbe stata una seconda, e questa volta decisiva, Caporetto. Mentre mi trovavo nei pressi di Ponte San Lorenzo, venni ferito di striscio, all’inguine, da un proiettile srapnel, per fortuna senza serie conseguenze. Arretrammo fino al margine posteriore del monte Grappa». A questo punto del lungo racconto, la voce del “Ragazzo del ’99” Arturo Radici Valenti sembra incrinarsi; un velo di tristezza, di mai sopita riconoscenza e di orgoglio si stende sulle parole. «Che ragazzi! quali e quante gesta di eroismo! Quei poveri artiglieri, incuranti delle granate che esplodevano tra di essi decimandoli, e sui cavalli che trainavano i pezzi! vedere questi giovani, quelli scampati alle esplosioni, rialzarsi, sostituirsi agli animali caduti e con sforzi sovrumani sospingere i pezzi e sistemarli sulle piazzole per rispondere al fuoco nemico! …Il valore della propria vita era, per essi, un prezzo ancora basso, di fronte alla strenua volontà di non far passare il nemico. Andrebbero additati, quei ragazzi, ai loro coetanei di oggi, ma varrebbe a qualcosa? Il mio punto di appoggio era una baracchetta a ridosso di una roccia; dentro di essa, accanto all’apparecchiatura, era sistemata anche la mia branda. Un giorno ricevetti l’ordine di portarmi verso l’Osservatorio Arturo (guarda la combinazione — mi dissi — porta il mio nome!) dov’era sistemato il Comando della 17a Divisione. Qui potevo seguire, dalle carte aperte sui tavoli, l’evolversi della battaglia, e osservare l’arrivo dei prigionieri che venivano portati lì per essere interrogati. A un certo punto irruppero due arditi, portando con sé un prigioniero tedesco. Lo scaraventarono in terra e cominciarono a tempestarlo di calci. La visione di una crudeltà così gratuita mi riempì di sdegno, e non seppi trattenermi dal redarguire gli autori del gesto. Quando questi se ne andarono, il prigioniero, un bel ragazzo biondo, alzò verso di me i suoi occhi azzurri con uno sguardo carico di gratitudine». Interrompiamo il racconto per farci chiarire un punto che ha suscitato in noi una certa perplessità. — Lei dice che lì, presso il Comando, venivano interrogati i prigionieri ma, che lei sappia, le rivelazioni venivano estorte con la tortura? «Assolutamente no, o almeno non ebbi mai ragione di sospettarlo. E vero che gli interrogatori avvenivano in una stanza nella quale non avevo accesso, ma niente (rumori, grida) mi fece mai sospettare che i prigionieri venissero malmenati. D’altronde, il più delle volte si trattava di soldati che si consegnavano spontaneamente, e che non erano perciò profondamente motivati per reggere a un interrogatorio. Stetti lì quattro giorni con l’incarico di tenere i contatti tra il generale Arrighi, comandante della divisione, e il generale De Bono (quello che poi sarebbe stato fucilato per ordine del Comando Tedesco dai fascisti) comandante del Corpo d’Armata. In quei quattro giorni, a un certo punto della battaglia decisiva, venni incaricato dall’aiutante di campo di effettuare un collegamento tra l’Osservatorio Arturo e le nostre batterie situate più a valle, a Santa Felicita. Queste infatti, per un errore di puntamento, stavano bombardando le nostre linee, e dovevano a tutti i costi essere informate dell’errore. Realizzato il contatto, stavo tornando di corsa verso l’aiutante di campo segnalandogli a gesti delle braccia che tutto era a posto, quando una granata esplose tra me e lui: una scheggia mi ferì alla mano sinistra. La battaglia, finalmente, cominciò a volgere a nostro favore, e gli Austriaci cominciarono a indietreggiare. Riprendemmo prima l’Asolone, e quindi tutte le posizioni in precedenza cedute al nemico. Quando il cedimento austriaco fu evidente, il Comando di Divisione ordinò un pranzo di rallegramenti, al quale presi parte anch’io, anche se un po’ in disparte rispetto al tavolo degli ufficiali. Trascorsi che furono i quattro giorni all’osservatorio, me ne tornai alla mia baracchetta ai piedi della roccia. Saltata in aria! Durante la mia assenza, una granata aveva centrato in pieno il mio posto branda. Come si fa a negare che, a volte, ci sia proprio la mano di Qualcuno a vegliare sul nostro capo?

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